
La notizia non è in sé scioccante: Bryan Ferry, già cantante dei Roxy Music e dandy auctoritas dal look stropicciato-blasé-decadente, ha detto una fesseria. Grossa. Intervistato da un giornale tedesco, si è dichiarato fervido estimatore dell’etica del Volk. Sobillato dall’intervistatore, che gli ha detto di sapere che lui, Bryan, aveva soprannominato il suo studio di registrazione “Fürherbunker” (carino, no? Chiamare un luogo dove si canta e suona come quello in cui la moglie di Goebbels ha ammazzato i propri figli prima di suicidarsi: un vero quadretto pop), Bryan si è lanciato in un peana sull’estetica totalitaria. Questa la trascrizione: “Ma il modo in cui i Nazi si presentavano, la loro scenografia? Ma signori! Mi riferisco ai film di Leni Riefenstahl e ai palazzi di Albert Speer e i raduni di massa e le bandiere: semplicemente fantastici. Davvero bello”. Usando il termine “lovely” che ha una connotazione zuccherosa lontana mille miglia dalle parate di elmetti, mandibole ariane e volitive e dal trionfo della volontà).
Ora, che un uomo di sessantun’anni dica delle fesserie del genere ai microfoni del paese che ha dato dignità scientifica al concetto di sterminio (partendo da alcune premesse brevettate dal genio italico, naturalmente) lascia abbastanza sbigottiti. Anche se costui è una popstar e chiaramente non si è mai letto un libro decente su cosa sia stato il nazismo. Evidentemente fa parte dell’immagine che Bryan, proletario figlio di minatore mutatosi in dandy/gentiluomo di campagna che con l’occhio semichiuso e il ciuffo assassino scruta la profondità dell’orizzonte, si è costruito. Almeno così appare, cogitabondo, nella campagna pubblicitaria dei grandi magazzini Marks & Spencer, il cui signor Marks è un correligionario askenazita delle vittime di Speer e Riefenstahl, così come dei nonni dell’intervistatore di Ferry: che ha quindi anche sputato nel piatto in cui mangia. Ah, e non ci dimentichiamo che il nostro ha appena pubblicato un album in cui, secondo molti, ha massacrato le canzoni di un altro Giudeo, tal Dylan nato Zimmermann: a questo punto l’ipotesi freudiana è d’obbligo.
Può darsi che nel suo tentativo di scrostarsi dal pedigree la fuliggine della miniera per un rebranding fatto di bollicine e garden party la postura nazofila abbia una funzione puramente strumentale. Già un paio di anni fa, quando quel genio di suo figlio Otis irruppe nella camera dei Comuni per protestare contro il bando della caccia alla volpe, in una delle più irritanti messe in scena che un moccioso viziato potesse concepire, Ferry si disse “molto fiero di mio figlio” come se il pargolo avesse, non so, scongiurato un attacco terroristico o si fosse adoperato per il dialogo arabo palestinese (no, lui voleva difendere il diritto delle upper classes a inseguire a cavallo un animaletto sfigato, terrorizzandolo a morte con trombe e mute di cani prima di ucciderlo).
Ma per tornare alla gaffe teutonica di Ferry: la libertà di parola che vige, per fortuna, in Europa e in Occidente in generale non lo esime dall’essersi meritato la marea di critiche che l’hanno sommerso (e anche, aggiungerei, il sospetto di non avere una grossa intelligenza tra le sue qualità principali). E la fretta con cui ha ritrattato poverino, chiaramente indica che non ha capito la gravità di quello che aveva detto. Ma bisogna mettere Ferry in un contesto più ampio, che è quello dell’analfabetismo politico (e spesso tout-court) delle rockstar. Gli esempi sono tristemente numerosi. Già Bowie, tornando dalla sua permanenza berlinese, credo nel 1979, salutò i fotografi romanamente. E se le magliette con la svastica di Sid Vicious non fanno testo, a livello più profondamente subdolo e pericoloso basta ricordare il flirt malsano con il nazismo della band “madre” dell’industrial, i Throbbing Gristle, in parte condiviso da Joy Division e New Order nei primi anni Ottanta.
Il problema è nato con il post-punk, quando la musica ha virato a destra. Nella sua reazione furibonda al “buonismo” del rock (fricchettone e sinistrorso) il post-punk ha messo dentro al frullatore Bauhaus e Riefenstahl, il maggiolino e Waimar, tutte cose “continentali” che i musicisti inglesi, nati e cresciuti in un paese che il fascismo non l’ha mai conosciuto sul serio e ha combattuto due guerre vincendole dalla parte giusta, hanno sempre trovato intriganti e utili per liberarsi dall’eredità degli anni Sessanta e Settanta. E visto che i musicisti con la storia e la politica non se la sono mai cavata granché, (se è per questo nemmeno gli scrittori e i filosofi), quella del povero Bryan non è che l’ultima boutade di una serie molto lunga. Nonostante questo, spero vivamente che il signor Marks lo licenzi.